E tu, mangeresti mai carne di cane?


Interculturalità-Donne-Kurde

Cosa proveresti nel vedere una donna mangiare carne di cane? E nel guardare un bambino che abbatte un passerotto con una fionda all’urlo Allah Akbar? E se un padre decidesse di non far operare sua figlia affetta da una grave malformazione in quanto interpretato come segno divino?

Davanti a queste domande è come se ci sentissimo di fronte ad un bivio: accettare o condannare. Schierandoci fra i primi crediamo come minimo di essere in grado di rispettare quanto ritenuto diverso da noi giungendo fino a sostenere che tali diversità siano potenzialmente in grado di comunicare fra loro in maniera sinergica. Se al contrario censuriamo certe pratiche potremmo essere accusati quanto meno di mancanza di sensibilità. Come spesso accade però c’è una terza via che in questo caso è probabilmente la più ardua da intraprendere.

Davanti ad una pratica che sconvolge, inorridisce o semplicemente sorprende è costruttivo accettare la nostra reazione come parte integrante della conoscenza e dare forma al nostro pensiero che non deve essere necessariamente d’accettazione o rifiuto ma auspicabilmente autentico. Adottare un punto di vista multiculturale non è per forza di cose assaggiare un boccone di alano ma chiederci come mai in alcuni luoghi si mangia quell’animale, accettando che un sentimento decisamente diverso ma senz’altro affine è provato dai musulmani davanti ai nostri spezzatini di maiale. Questo ci porta ad accettare che senza ombra di dubbio siamo diversi. Gli eschimesi hanno circa 99 termini per definire le diverse formazioni di ghiaccio, in Kenya si mangia con le mani, in Siria molte donne portano il velo ed alcuni uomini in Scozia indossano la gonna. Qualche giorno fa un amico irlandese commentava che nella sua città non si sente del tutto libero di bere un bicchiere di vino al bar con gli amici in quanto un uomo che non beve whisky o birra non è ben visto e lo diceva sorseggiando felice il suo calice in un tranquillo caffè di Roma.

Le pratiche sociali sono osannate, accettate, tollerate oppure semplicemente respinte ma allora quali potrebbero essere i presupposti per un genuino dialogo culturale? Sicuramente provare a soffermarci non tanto sulle differenze ma su quanto di più simile c’è fra noi potrebbe aiutare. Se esiste una razza sola, quella umana, allora perché ci tormentiamo nell’inquadrare le differenti culture? Forse ne esiste una sola: la cultura umana appunto. L’altro è sempre stato oggetto delle più disparate definizioni; gli antichi romani chiamavano barbari qualsiasi popolo incontrato sul loro cammino; islamici e cristiani si definirono reciprocamente infedeli per secoli. In molti popoli di civiltà europea si è diffusa la pratica di classificare le genti per scopi politici ed in base alla nazionalità. E allora, davanti ai muri fra ipotetici noi e loro quello che più spaventa non sono i mattoni che come insegna la storia possono anche essere abbattuti quanto piuttosto la distanza relazionale fomentata da una retorica che alimenta l’immagine di un diverso peggiore, pericoloso e lontano. In Arabia Saudita da giugno di quest’anno le donne potranno finalmente guidare; un amico italiano commenta la notizia dicendo che se un paese permette al sesso femminile di guidare solo nel XXI secolo, lui non può che sentirsi superiore a questa cultura almeno da un punto di vista di valori ed etica. Non discutiamo qui il fatto che le donne possano ora mettersi al volante quanto piuttosto riflettiamo sull’avvalersi il diritto di sentirsi superiori, dando per scontato che la nostra cultura sia il riferimento dal quale partire per osservare e puntare liberamente il dito inquisitorio verso l’altro.

In altre parole; possiamo vestire, mangiare, bere e comportarci in modo completamente differente ma ogni scelta è presa in quanto considerata la migliore opzione in quel momento ed in quel determinato contesto. Allora non siamo diversi perché alcuni mangiano carne di cane, vacca oppure solo verdure; siamo uguali in quanto pensiamo che quello che stiamo facendo sia la cosa giusta da fare. Un genitore non deciderebbe mai di non far operare la figlia senza nutrire la sicurezza in cuor suo di agire per il bene della bambina, evitando così di scatenare le ire divine. La capacità sta forse nell’accettare che non esiste la cosa giusta da fare ma solo interpretazioni di ciò che significa il bene, concetto quindi da applicare e delineare al contesto.

Scopriamo allora che la mescolanza non è una minaccia ma la conseguenza del mondo in cui abbiamo scelto di vivere. L’occhio attento si accorge quindi che quanto abbiamo attorno è una costruzione sociale, ne relativizza il significato ed applica questo mantra anche ai concetti più scontati, lasciandosi entusiasmare dei significati nascosti, imprevisti e meravigliosi che non posso fare altro che arricchire e sorprendere.


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